COSTUME. Tra fake news e pesci, come resistere al 1° aprile
Il 1°aprile è il giorno all’anno in cui la notizia falsa è, per convenzione, lecita e accettata.
Ma a quando risale il “Pesce d’Aprile”?
Le origini del pesce d’aprile Una tradizione diffusa in gran parte del mondo occidentale, le cui origini vengono spesso fatte risalire alla Francia del XVI secolo e alla riforma del calendario introdotta da Papa Gregorio XIII. Prima dell’adozione del calendario gregoriano nel 1582, infatti, il Capodanno si celebrava tra il 25 marzo e il 1° aprile. Con lo spostamento al 1° gennaio, chi continuò a festeggiare in primavera divenne bersaglio di scherzi e burle. Da qui l’espressione francese poisson d’avril, il “pesce d’aprile”, simbolo di chi abbocca all’inganno. Non esiste tuttavia un primo pesce d’aprile ‘documentato’. Una delle prime tracce risale al 1561, quando il poeta francese Eloy d’Amerval utilizza l’espressione poisson d’avril, segno che già nel XVI secolo lo scherzo era conosciuto. Non è però l’unica spiegazione. Accanto a questa interpretazione, altre ricostruzioni collegano la ricorrenza a riti stagionali legati all’arrivo della primavera o a tradizioni popolari basate sul rovesciamento simbolico delle regole sociali, simili a quelle del Carnevale. Il pesce d’aprile in Italia In Italia la tradizione sarebbe arrivata più tardi e radicata facilmente con un bel pesce di carta attaccato di nascosto sulla schiena della vittima. Ancora oggi, secondo diverse ricostruzioni, è uno degli scherzi più diffusi, soprattutto tra bambini e studenti. Come? Il meccanismo è sempre lo stesso: far credere qualcosa di falso e poi svelarlo con una formula rituale. Cambiano i contesti, ma non la dinamica. E soprattutto non cambia la reazione: qualcuno ride, qualcuno meno. Dal pesce d’aprile alle fake news Se un tempo bastavano forbici e carta, oggi il primo aprile si gioca su scala globale. Aziende, media e piattaforme digitali partecipano con annunci costruiti ad arte, spesso indistinguibili – almeno per qualche ora – da notizie reali.
Negli ultimi anni, tuttavia, il primo aprile ha seguito l’evoluzione dei mezzi di comunicazione, trasformandosi in un banco di prova per il sistema dell’informazione. Accanto agli scherzi tradizionali, si sono moltiplicate burle mediatiche e digitali, con aziende, testate e piattaforme social che diffondono contenuti costruiti ad arte per sembrare notizie reali. In questo contesto, il confine tra gioco e disinformazione si fa più sottile. Se in passato lo scherzo era circoscritto e riconoscibile, oggi può assumere la forma di un titolo credibile, di un comunicato ben confezionato o di un post virale difficile da verificare nell’immediato. La logica è la stessa delle fake news: catturare l’attenzione e stimolare una reazione rapida, spesso prima che intervenga un controllo delle fonti. Non a caso, diverse organizzazioni impegnate nel fact-checking, come International Fact-Checking Network, richiamano ogni anno l’attenzione sul rischio di sovrapposizione tra scherzo e informazione falsa. Anche testate giornalistiche internazionali, tra cui la BBC, hanno progressivamente ridotto o abbandonato le tradizionali burle del primo aprile proprio per evitare di compromettere la fiducia del pubblico. Celebre rimane il servizio televisivo della BBC del 1957 che mostrava contadini svizzeri raccogliere spaghetti dagli alberi. Migliaia di spettatori abboccarono. E lo scherzo resta uno dei più riusciti in assoluto. Il risultato è un paradosso: nel giorno in cui mentire è “consentito”, diventa ancora più difficile distinguere il vero dal falso. E se il pesce d’aprile nasce come gioco collettivo basato sulla complicità, nell’ecosistema digitale rischia di trasformarsi in un test – non sempre superato – sulla capacità di orientarsi tra le notizie.